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Assemblea Nazionale - 2006
Decisione e motivazione
A cura del dott. Giorgio di Benedetto
I. Obbligo di motivazione e controllo. Deliberazione e giustificazione - II. Le tecniche di motivazione. Parti della sentenza e vizi ricorrenti - III. Le parti della motivazione - IV. I vizi ricorrenti - V. Le parti ineliminabili della sentenza - VI. La sentenza ex art. 281 sexies - VII. La sentenza a seguito di trattazione orale prevista nel nuovo rito societario - VIII. La redazione della sentenza ex art. 281 sexies nel rito ordinario e nel rito societario - IX. Conclusioni
03.06.2006
a) Novità e prassi
Il modello di sentenza con motivazione semplificata prevista dall’art. 281 sexies c.p.c. può apparire ai più come una novità scarsamente seguita dai magistrati e sostanzialmente estranea alla tradizione del processo italiano (unico precedente l’art. 23 comma 8 l. 689/1981 che già prevedeva la possibilità dell’immediata motivazione nelle opposizioni a provvedimenti ingiuntivi per sanzioni amministrative). Un questionario condotto nell’anno 2001 ha evidenziato che, nel Tribunale di Roma, a partire dall’anno 1998, il 67% dei magistrati non aveva mai emesso sentenze ex art. 281 sexies, il 21 % ne aveva fatto uso solo qualche volta e il 12% ne aveva emesse tra il 10 e il 30 % (LAMORGESE, RANIERI, VIGORITO, Tribunale civile di Roma: prassi interpretative ed organizzative, in Foro. It., 2001, V, 327). Non molto più incoraggianti sarebbero le percentuali odierne. In questo quadro il d. lgs.5/2003, con il modello di sentenza semplificata previsto per il c.d. rito societario, sembra voler determinare un cambiamento non solo nel sistema delle norme ma anche nelle abitudini e nel modo di concepire la sentenza da parte dei magistrati.
Introdotta per la prima volta nell’ordinario processo civile con la riforma del 1990 nell’ormai abrogato art. 315 c.p.c. sul procedimento pretorile, prevista poi, per i giudizi dinanzi al tribunale in composizione monocratica, la sentenza con motivazione semplificata, resa a seguito di trattazione orale, è ora prevista, dall’art. 16 del d.lgs. 5/2003 sul rito societario, come il modello normale di sentenza anche per il tribunale in composizione collegiale, modello dal quale è possibile discostarsi solo in caso di particolare complessità della controversia.
È probabile quindi, che, salvo il caso di improbabili rifiuti da parte del foro o dei magistrati, il nuovo modello di sentenza sia destinato a prendere piede, imponendosi come il più diffuso anche nei giudizi di cognizione aventi ad oggetto altre materie.
In questa prospettiva le questioni che hanno maggiore probabilità di presentarsi riguardano: 1) il concetto stesso di sentenza semplificata con le norme che ne definiscono il contenuto, 2) gli elementi che dovranno farne parte e lo stile, 3) il rito, 4) l’esistenza di controversie per le quali il nuovo modello non sia applicabile o debba considerarsi inopportuno, 5) le ripercussione delle nuove norme sul rito societario (segnatamente di quelle sulla sentenza per relationem)  sul modello generale dell’art. 281 sexies.  

b) La nozione di sentenza semplificata. Le dimensioni e lo stile.
Sulla prima questione può essere utile segnalare l’inesattezza di quelle letture che rintracciano le caratteristiche di stringatezza del nuovo tipo di sentenza nell’aggettivo concisa riferito all’«esposizione delle ragioni di fatto e diritto della decisione»  di cui il giudice, a’ termini dell’art. 281 sexies, deve dare lettura unitamente al dispositivo. Il termine qui usato dal legislatore non è diverso da quello presente nell’art. 132 c.p.c., dove pure è stabilito, al n. 4, che la sentenza debba contenere «la concisa esposizione dello svolgimento del processo e dei motivi in fatto e in diritto della decisione». Di  qui l’impossibilità di ricavarne una specifica indicazione di brevità, a parte forse il bisogno di reiterare la direttiva (o raccomandazione) dell’art. 132 c.p.c. (In tal senso ATTARDI, Giur. It. 1989, IV, 293, Carpi, in Riv. trim. dir. proc. 1989, 483; CAPPONI in Corr. Giur. 1990. 503, CAPPONI in Doc. giust. 1990, 4, 47; BUCCI – CRESCENZI – MALPICA Manuale pratico della riforma civile, Padova 1991, 197; C BESSO, Le riforme del processo civile, Bologna 1992, 376; F.P. LUISO Commentario cit., 318). Di scarso rilievo è anche il fatto che l’art. 281 sexies  non sembri richiedere alcuna specifica indicazione sullo svolgimento del processo. La giurisprudenza ha chiarito, come si è visto, che le indicazioni sullo svolgimento del processo necessarie e sufficienti per la validità della motivazione nel normale modello di sentenza sono solo quelle che servono a indicare i «tratti essenziali della lite» e ciò in relazione allo scopo, proprio di ogni sentenza, e quindi anche di quelle rese a seguito di trattazione orale, di «individuare, con sufficiente certezza, gli elementi di fatto considerati o presupposti nella decisione delle varie questioni» (Cass., 114/2003). Si è già visto inoltre che, a tal fine, neppure è necessario che le indicazioni sul processo siano contenute in una distinta sezione della sentenza potendo «risultare tanto dall’esposizione del fatto che dalla parte motiva» (Cass., 13292/2000). 
Ne deriva che, da un lato le stesse sentenze rese a seguito di trattazione scritta non richiedono la «narrazione completa ed analitica dello svolgimento del processo» (Cass., 13292/2000), né richiedono che a tale narrazione sia dedicata un’apposita sezione del provvedimento, dall’altro che nessuna sentenza, e quindi neppure le sentenze rese a seguito di trattazione orale, possono far a meno di contenere gli elementi necessari ad individuare i «tratti essenziali della lite».
Se ciò è vero nessuna novità sull’ampiezza della motivazione poteva scorgersi nell’art. 281 sexies  atteso che la più corretta interpretazione dell’art. 132 c.p.c. già consentiva, o forse prescriveva, la redazione di sentenze in forma stringata (direttiva «platealmente tradita...da gran parte dei giudici, i quali, alla motivazione della sentenza hanno tradizionalmente attribuito una veste diversa, nient’affatto concisa, ma anzi ricca, analitica, sovrabbondante» M BARBUTO La motivazione in fatto della sentenza civile - Quaderni del CSM 2001 n.115, p 178)
A conclusioni ancor più radicali potrebbe condurre poi un’interpretazione dell’art. 281 sexies  che volesse rimanere strettamente legata alla lettera della legge. Collocato nel capo III bis, del titolo I del libro secondo del codice, dedicato al «procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica», l’art. 281 sexies  neppure si occupa del contenuto della sentenza. Allo stesso modo in cui il precedente art. 281 quinquies c.p.c. si limita a disciplinare il procedimento con “decisione a seguito di trattazione scritta o mista”, l’art. 281 sexies  sembra limitarsi a disciplinare il procedimento con «decisione a seguito di trattazione orale», fermo restando, nell’uno come nell’altro tipo di decisione, il «contenuto» della sentenza previsto dall’art. 132 c.p.c. Su tali premesse la «concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto» non sembra riferirsi a quel che nel provvedimento deve essere contenuto ma a quel che del provvedimento deve esser letto, il contenuto restando affidato all’art. 132 c.p.c., la cui formula «concisa esposizione» verrebbe infatti ripetuta nel testo dell’art. 281 sexies. In tal senso è la dottrina, forse più attenta, secondo cui «avendo presente quello che è il contenuto di una sentenza, quale risulta dall’art. 132 c.p.c., è da ritenere che la pronuncia della decisione …non ne richiede la lettura integrale, ma presuppone che la sentenza stessa sia completamente stesa, esposizione dei fatti compresa (ATTARDI, Modifiche al codice di rito nei progetti Vassalli. Giudizio di cognizione di primo grado in Giur. It. 1989, IV, 294 »). Ciò spiegherebbe anche la non felice espressione «lettura … della concisa esposizione» presente nel testo dell’art. 281 sexies , espressione determinata dall’intento evidente di “calare” nel corpo dell’art. 281 sexies  la medesima formula, «concisa esposizione», che l’art. 132 c.p.c. lega invece, in maniera più corretta, al verbo « contenere». Ferma quindi la norma generale dell’art. 132 c.p.c. sul «contenuto della sentenza», l’art. 281 sexies  si limiterebbe a indicare quali, fra gli elementi previsti dall’art. 132 c.p.c., dovrebbe essere oggetto di lettura; elementi costituiti dal dispositivo (art. 132 n. 5 prima parte c.p.c.) e dalla «concisa esposizione delle ragioni di fatto e diritto della decisione » (art. 132 n. 4 seconda parte c.p.c.). Detto in altre parole l’art. 281 sexies  non avrebbe introdotto nessuna novità nelle modalità di redazione della sentenza essendosi limitato a prevedere che la decisione sia resa in udienza mediante inserimento a verbale e mediante lettura in udienza delle sue parti più significative.
È però da chiedersi se proprio queste due ultime previsioni, in cui si risolvono a rigore le uniche novità formali previste dall’art. 281 sexies , non contengano un’implicita, ma forse più significativa, indicazione sul senso di quella caratteristica di concisione che dovrebbe accompagnare sia la sentenza resa ex art. 281 quiquies c.p.c. sia la sentenza resa ex art. 281 sexies c.p.c.  Cosa deve intendersi infatti per concisa esposizione ? Esiste una giusta concisione ? E quali sono i criteri per riconoscerla ? Ad una serie di domande di questo tipo le uniche risposte possibili sono quelle ricavabili dal contesto. Diversi, infatti, sono i significati che assume il requisito in parola, prescritto dall’art. 132 c.p.c. per tutti i tipi di sentenza, a seconda che il riferimento sia alla sentenza emessa ex 281 quinquies c.p.c., nel contesto della decisione a seguito di trattazione scritta (o mista), o a quella emessa, ex art. 281 sexies c.p.c., a seguito di trattazione orale. A modificare il quadro di riferimento, e con esso il valore della prescrizione, sono proprio le norme, apparentemente solo formali, riguardanti la lettura all’udienza e l’inserimento nel verbale. Tali previsioni sottintendono infatti una misura ed evocano un modello.
La misura è quella dell’ampiezza possibile all’interno dell’udienza, o meglio, all’interno dello spazio destinato alla trattazione di una singola causa. Si tratta, anche qui, di un criterio che non consente di tracciare un’esatta linea di confine, ma che, ad un certo livello, consente di distinguere i provvedimenti che, per estensione, sono compatibili con tale procedimento da quelli che con esso vanno considerati incompatibili (C MANDRIOLI Le modifiche del processo civile, Torino 1991, 117 fa espresso riferimento alla «stesura nei tempi brevi imposti da questo modus operandi»).
Il modello evocato è quello elaborato dalla prassi per i provvedimenti resi in udienza. Caratteristica più vincolante della stessa lettura è infatti l’incorporazione della sentenza nel verbale di udienza, elemento in cui è stato esattamente colto il nucleo centrale della norma (LAZZARO GURRIERI D’AVINO, L’esordio del nuovo processo civile, Milano, 1996, 185, «il nucleo centrale della norma è che la sentenza è contenuta nel verbale, la cui sottoscrizione comporta la pubblicazione della medesima, con la conseguenza che non può esservi nessuno iatus tra lettura di essa in udienza e redazione»). Ciò impone alle parti e al giudice l’insuperabile limite temporale costituito dalla chiusura del verbale sollecitando la redazione della sentenza nelle caratteristiche forme delle ordinanze rese a verbale. Se si considera d’altra parte che tali ordinanze sono gli unici provvedimenti con motivazione immediata di tradizione italiana si può concludere che, sia per quel che riguarda l’ampiezza sia per quel che riguarda le modalità di redazione, il modello avuto di vista dal legislatore è quello dell’ordinanza resa in udienza. Volendo spingersi oltre, sino ad ipotizzare il tipo di testo rientrante, non nelle prescrizioni, ma nelle attese, forse, del legislatore, può affermarsi che il modello immaginato è quello, tipico delle ordinanze, del c.d. stile puro di tradizione francese (v. supra II i); ciò, ovviamente, senza escludere la legittimità del ricorso al modello narrativo, ove sempre siano rispettati i limiti di ampiezza imposti dal contesto.

c) Potere di decidere la discussione orale e potere di chiederne il differimento
Prevede l’art. 281 sexies. che «se non dispone a norma dell’art. 281 quinquies, il giudice, fatte precisare le conclusioni, può ordinare la discussione orale della causa…» In tal modo il codice prevede due principali modelli di decisione. Fra tali modelli se la scelta fra i sottotipi (della trattazione scritta e mista) previsti dall’art. 281 quinquies. è attribuita alla parte, la scelta fra i tipi generali dell’art. 281 quinquies. e dell’art. 281 sexies è attribuita all’esclusiva discrezionalità del giudice (Ciò anche «in contrasto con qualsiasi richiesta della parti» BUCCI – CRESCENZI – MALPICA op cit, 196. Per MONTESANO-ARIETA Il nuovo processo civile Torino, 1991, 102, il giudice tuttavia deve pervenire a tale scelta «non senza aver previamente valutato le conseguenze che ne derivano» in relazione al pregiudizio che potrebbe subire il potere di impugnazione della parte soccombente rispetto a controversie complesse in cui l’eccessiva concisione potrebbe pregiudicare la ricostruzione della ratio decidendi) Strettamente legato a tale potere del giudice, il cui esercizio potrebbe cogliere i difensori impreparati all’immediata discussione, è pertanto il corrispondente diritto di questi ultimi di chiedere il differimento dell’udienza. Prosegue pertanto l’art. 281 sexies  che la discussione ha luogo «nella stessa udienza o, su istanza di parte, in un’ udienza successiva» al termine della quale il giudice pronuncia sentenza. In tal modo il testo dell’art. art. 281 sexies recepisce le critiche levatesi dalla dottrina al testo dell’abrogato art. 315 c.p.c. il quale, non riconoscendo ai difensori il potere di chiedere il differimento dell’udienza, li esponeva al rischio della sorpresa e dalla conseguente impreparazione (In tal senso TARZIA, Il progetto Vassalli per il processo civile in Riv. trim. dir. proc. civ., 1989, 130 e CARPI, in Riv. trim. dir. proc. 1989, 483. Contra DITTRICH in Commentario ai Provvedimenti urgenti per il processo civile art. 315, da Le nuove leggi civili, Padova, per il quale «non vi è alcuna norma che legittimi il difensore ad ignorare gli atti di causa». Per PROTO PISANI La nuova disciplina del processo civile, Napoli, 1991, 188 «i difensori… dovranno sempre essere pronti a tale discussione». Auspicava invece l’esigenza che le parti fossero avvertite per tempo dell’iniziativa del pretore F.P. LUISO, Commentario cit, 317. Mentre per L. MONTESANO. G. ARIETA Il nuovo processo cit.,  102 «l’immediata discussione orale non [doveva] ledere le garanzie fondamentali del diritto di difesa»). Ovvio che, nell’attuale contesto, il mancato differimento dell’udienza chiesto dalla parte lede il diritto di difesa dando luogo ad una nullità del procedimento (Per Cass., 16343/2002 la norma dell’art. 281 sexies «non incide sul diritto di difesa delle parti» proprio perché ad esse è «riconosciuto il potere di chiedere lo spostamento dell’udienza di discussione».
 
d) Discussione orale e sentenza immediata. Oralità e immediatezza.
Una volta scelto il procedimento ex art. art. 281 sexies  ed eventualmente differita la discussione su istanza di parte, la sentenza resa in udienza costituisce la naturale e necessaria conclusione della discussione orale. Oralità e immediatezza sono termini fisiologicamente connessi per l’ovvia considerazione che le informazioni racchiuse nell’atto orale non durano oltre il ricordo di chi le ha percepite. Nei casi quindi di discussione orale il codice non prevede il deposito di note successive e cerca di avvicinare il più possibile i tempi della decisione; nei casi poi in cui un ulteriore scambio di note è eccezionalmente ammesso (art. 429 c. 2 c.p.c.) la discussione viene a sua volta rinviata all’udienza immediatamente successiva al termine di deposito. Per tali ragioni, se nel rito lavoristico il codice prevede che il dispositivo sia letto nella stessa udienza, con deposito della motivazione nei quindici giorni successivi, nella procedura ex art. 281 sexies  prevede, in maniera forse più coerente, la contestuale stesura della motivazione, riunendo in tal modo, all’interno del medesimo contesto di oralità-immediatezza, non solo il momento della discussione e della decisione, ma anche quello, a quest’ultimo tendenzialmente sovrapposto, della motivazione. È perciò evidente che la scelta di procedere alla discussione orale non consente ripensamenti al giudice. Una volta deciso tale procedimento egli deve provvedere all’udienza, o con sentenza, oppure, se si accorge di non poter decidere immediatamente, con ordinanza, sempre resa in udienza, di rimessione della causa in istruzione (L. MONTESANO. G. ARIETA Il nuovo processo cit, 1991, 103); ciò, in primo luogo allo scopo di non privare la discussione del suo immediato provvedimento finale -sia esso meramente interlocutorio, come nel caso della rimessione in istruttoria, o sia di decisione, come nel caso della sentenza ex art. 281 sexies - e, in secondo luogo, allo scopo di consentire alle parti l’esercizio dei diritti connessi alla trattazione scritta o mista ex art. art. 281 quinquies c.p.c. Importante, in altre parole, è che il giudice non si limiti a riservare la decisione o la stesura della motivazione ad un momento successivo, con il ché verrebbe interrotto il necessario rapporto di immediatezza con la discussione (A. PROTO PISANI op. cit, 188). È da ritenere inoltre che l’omessa lettura in udienza sia causa di nullità, analogamente a quanto affermato dalla giurisprudenza per il rito di lavoro e per le opposizioni ex l. 689/1981 (ex multis Cass., lav. 13781/2001; nonché 4620/1999 per il rito locatizio). Non così il diverso caso in cui il giudice legga insieme le varie sentenze al termine dell’udienza (in tal senso per il rito del lavoro Cass., lav., 14479/2001).
 
e) La sentenza come provvedimento reso all’udienza. Pubblicazione comunicazione e incorporazione nel verbale.
Al termine della discussione il giudice pronuncia sentenza dando lettura del dispositivo e della motivazione. Il documento-sentenza è inoltre inserito all’interno del processo verbale onde la sentenza si intende pubblicata con la sottoscrizione da parte del giudice del verbale che la contiene. È la sottoscrizione del verbale quindi, non il deposito, che perfeziona il procedimento di pubblicazione della sentenza (C MANDRIOLI op. cit, 117;  DITTRICH op cit, 187 C. BESSO Le riforme del processo civile, Bologna, 374). Ciò vuol dire che, in deroga alla norma dell’art. 133 c.p.c., sulla pubblicazione e comunicazione della sentenza, ma anche alla norma dell’art. 132 c.p.c., sulla formazione del documento-sentenza, quest’ultima, quando è resa ex art. art. 281 sexies , è sottoposta ad un regime di formazione, pubblicazione e comunicazione in tutto simile a quello previsto dagli artt. 134 – 176 c.p.c. per le ordinanze rese in udienza. In tal senso è Cass. 1388/2001 secondo cui il principio dell'art. 176, 2° comma c.p.c., in base al quale le ordinanze pronunziate in udienza si ritengono conosciute dalle parti presenti e da quelle che dovevano comparirvi, è «applicabile anche alle sentenze le volte in cui in udienza sia data lettura …anche della motivazione, perché tale adempimento pone la parte in condizione di conoscere integralmente il tenore della decisione …senza necessità di un' ulteriore comunicazione ad opera del cancelliere». Ne consegue che sia il termine di 30 giorni previsto dall’ art. 47 c.p.c. per proporre il regolamento di competenza sia il termine lungo per proporre impugnazione decorrono dal giorno della pronunzia e non dal giorno della non necessaria comunicazione della sentenza (L. MONTESANO. G. ARIETA Il nuovo processo cit, 103). Per altra parte della dottrina pubblicazione e deposito restano invece attività distinte, onde, se è vero che ai sensi dell’art. 281 sexies la sentenza si intende pubblicata con la sottoscrizione del giudice, ciò non toglie che il cancelliere debba dare ugualmente atto del suo deposito apponendovi in calce la data e la firma…, nonché dare notizia alle parti che si sono costituite entro cinque giorni, mediante biglietto contenente il dispositivo (art. 133 2° comma); ciò anche perché la presunzione di conoscenza di cui all’art. 176 2° comma c.p.c., essendo prevista per le sole ordinanze, non è applicabile alle sentenze (F. AULETTA Le specialità del processo civile davanti al giudice monocratico del tribunale in Riv. dir. proc, 2001, 155). Il rilievo coglie l’importanza, ai fini dell’impugnazione, della disponibilità del testo scritto. È però da dire che la consolidata giurisprudenza sulle ordinanze aventi natura sostanziale di sentenza ha ormai occultato tale aspetto.
L’inserimento della sentenza nel verbale e la sua assimilazione alla categoria dei provvedimenti resi in udienza ha modificato il principio di autonomia documentale che caratterizzava le sentenze rese nei modi ordinari e ha ridimensionato il principio di autosufficienza che vi era legato. Il testo dell’abrogato art. 315 c.p.c. poneva infatti problemi di coordinamento col vecchio testo dell’art. 35 d.a. c.p.c. Quest’ultima norma, prevedendo che «il cancelliere [dovesse] riunire annualmente in volumi separati gli originali delle sentenze», poneva la questione se la sentenza resa a seguito di trattazione orale dovesse essere stesa su un verbale separato, da unire al volume previsto dall’art. 35 d.a. c.p.c. allo stesso modo dei verbali di conciliazione, o se di essa dovesse invece estrarsi copia per collocarne l’originale nello stesso volume (LAZZARO GURRIERI D’AVINO, L’esordio cit, 186, ove si intuisce  che «la norma de qua ha innovato il sistema della raccolta delle sentenze» e si anticipa la soluzione poi adottata con la riforma dell’art. 35 d.a. c.p.c.) Il nuovo testo dell’art. 35 d.a. c.p.c., prevedendo l’inserimento nel volume di una copia del verbale delle sentenze ex art. art. 281 sexies  (unico provvedimento fra quelli di tale raccolta che viene conservato in copia), risolve la questione di coordinamento ma al tempo stesso chiarisce l’appartenenza della sentenza alla realtà documentale del verbale, quale parte dello stesso alla maniera di tutti i provvedimenti resi in udienza, e non più quale documento autonomo. In tal modo vengono anche delimitati i confini del documento all’interno del quale il testo-sentenza è inserito. La copia che viene conservata è infatti quella dell’intero verbale onde anche la copia da produrre in sede di appello o ricorso per cassazione dovrebbe, a rigore, essere comprensiva dell’intero verbale. L’appartenenza inoltre alla medesima unità documentale fa sì che i dati che fossero presenti nel verbale dell’udienza in cui la sentenza è pronunciata (ufficio giudiziario, numero di ruolo, nome della parti, eventuali conclusioni) devono considerarsi presenti anche nella sentenza, senza bisogno di esplicito rinvio. Trattasi infatti di elementi che, essendo già contenuti nel documento cui la sentenza appartiene, non hanno bisogno di essere riprodotti in quest’ultima. Non così ovviamente per i dati presenti nei verbali delle altre udienze, da considerare come unità documentali distinte (Contra L. DITTRICH, op. cit., 188).
 
f) Le controversie cui è applicabile l’art. 281 sexies
Si è già detto della netta distinzione fra il momento deliberativo e il momento giustificativo presente nel modello di sentenza previsto per il rito lavoristico. È tuttavia noto che, al contrario di quel che accade nel processo penale, la prassi concretamente seguita nel rito del lavoro non è perfettamente rispettosa del modello legale. Assai diffusa è l’abitudine di far trovare il dispositivo in cancelleria il giorno successivo a quello dell’udienza. È perciò lecito chiedersi se una tale divaricazione dalla previsione del codice non sia da riferire allo stretto collegamento esistente, nel processo civile, fra il momento della decisione e il momento della motivazione, collegamento che rende più difficoltosa quella separazione cronologica, fra decisione e motivazione, che è invece ben tollerata nel processo penale. Se ciò è vero il rinvio della decisione al momento alla stesura dei motivi costituirebbe per i giudici un riflesso condizionato dal tipo di ragionamento che sono chiamati a compiere. Ciò spiegherebbe le prassi così distanti dal modello legale seguite non solo nel rito lavoristico ma anche nel procedimento dinanzi al tribunale in composizione collegiale (chi ha mai visto un presidente stendere e firmare un dispositivo al termine della camera di consiglio?) e consentirebbe di guardare da altro punto di vista la norma dell’art. 281 sexies. Quest’ultima infatti, da un lato tende a ricomporre quella frattura fra momento deliberativo e momento giustificativo che rendeva in molti casi fittizia l’immediatezza della decisione, d’altro lato pone un problema di compatibilità fra il rito adottato e la complessità della causa sottoposta alla decisione. Imponendo al giudice di compiere al termine della discussione tutte le attività necessarie a fargli assumere piena consapevolezza dei termini della controversia (stesura della motivazione e decisione), la norma limita, dal lato del giudice, la possibilità di approfondimento che gli è consentita, dal lato della parte, la possibilità di comprendere la ratio delle decisioni più complesse che venissero ipoteticamente adottate con tale rito. Si è perciò esattamente affermato che l’art. 281 sexies è utilizzabile solo nelle controversie di maggiore semplicità (TARZIA, Lineamenti del nuovo processo di cognizione, Milano, 201; LUISO  La riforma del processo civile, Milano, 227. C. BESSO op. cit., 375. C MANDRIOLI op. cit., 116. In MONTESANO-ARIETA Trattato di diritto processuale civile I, 2, 1635-1636, si parla di «pre-esame di compatibilità delle forme semplificate rispetto all’esigenza di consentire…l’identificazione dei presupposti minimi che sono alla base dell’iter logico-giuridico della decisione») e sulla base di tali premesse il nuovo rito societario prevede, all’art. 16 comma 6 del d. lgs 5/2003, che, in caso di particolare complessità, la sentenza sia depositata nei trenta giorni successivi. 
Quanto alle controversie assoggettate al rito lavoristico è da ritenere che ad esse non sia applicabile la norma dell’art. 281 sexies  sia per ragioni sistematiche (riguardanti le norme in genere del capo III bis del titolo I) sia per ragioni formali riguardanti soprattutto la parte relativa alla pubblicazione della sentenza (contra Pret. Lucca 6 maggio 1997 in Giur. It. 1998, 1629). Ed infatti sebbene, nella sostanza, il giudice del lavoro che depositi subito la motivazione non faccia nulla di diverso da quello che pronunci sentenza ex art. 281 sexies , nondimeno, dal punto di vista della forma e dei tempi del procedimento, altro è il caso in cui il giudice del lavoro legga il dispositivo e, per sua celerità, depositi immediatamente la sentenza in cancelleria (la pubblicazione qui si perfeziona con il deposito), altro il caso della decisione ex art. 281 sexies  in cui la sentenza si incorpora nel verbale da lui sottoscritto e la pubblicazione si perfeziona  con la sottoscrizione (l’eventuale omissione dell’immediato deposito previsto dalla norma non impedirebbe, in tal caso, la già avvenuta pubblicazione; v. supra VI e). Si è già visto, d’altro canto che la semplificazione del provvedimento non postula il ricorso all’art. 281 sexies derivando dal generale richiamo alla concisione contenuto nell’art. 132 c.p.c.e dal contesto di oralità e immediatezza in cui la decisione è resa, contesto che accompagna anche le sentenze del rito lavoristico, rendendo “inutile”, a questi fini, l’adozione dello speciale procedimento di cui all’art. 281 sexies. 
Dubbi inoltre sono stati espressi dalla dottrina sull’applicabilità della norma al giudizio dinanzi al giudice di pace; in particolare sulla compatibilità della disciplina ivi dettata con la previsione del deposito della sentenza nei quindici giorni successivi (F.DE SANTIS Il rinvio dell’art. 311 c.p.c. e le norme applicabili al procedimento davanti al giudice di pace in Foro it., 1998, I, 2643). Incompatibile infine con la norma in parola è la disciplina dettata dall’ art. 352 c.p.c. per il giudizio di appello.

g) La predisposizione della sentenza.  I pregiudizi sui pre-giudizi.
Nelle controversie di media complessità e nei casi, in genere, in cui il giudice possa avvertire lo scrupolo di predisporre una traccia di decisione, è naturale che si possa temere o sospettare che egli possa giungere all’udienza di cui all’art. 281 sexies con la sentenza già scritta, rendendo vana la discussione e violando in tal modo il diritto di difesa (CARPI, in Riv. trim. dir. proc. 1989, 483; ATTARDI, Giur. It. 1989, IV, 294 nonché in Le nuove disposizioni sul processo civile, Padova 1991, 132. Contra DITTRICH op. cit., 186, n. 5). A tale timore si è risposto, con adeguato realismo, che un tale esito è «con ogni probabilità inevitabile, ma è giustificato proprio dalla mancanza di questioni serie da discutere» (F.P. LUISO Commentario cit., 317).  È però da chiedersi se il corretto esercizio delle funzioni giurisdizionali e il rispetto del diritto di difesa siano davvero incompatibili, nelle cause di maggiore complessità, con la predisposizione da parte del giudice di quell’inevitabile bozza di documento. Se così non fosse ben più ampie potrebbero essere le possibilità di utilizzazione del modello di sentenza previsto dall’art. 281 sexies  potendo i giudici organizzare il proprio lavoro proprio in funzione di tale bozza, da utilizzare come semplice base del provvedimento finale da stendere all’esito della discussione.
Per rispondere a tale domanda il presupposto da cui occorre partire è che al giorno d’oggi, in cui la grande maggioranze dei magistrati fa normalmente uso del computer, l’ipotesi da considerare non è quella del testo scritto a mano, ma del file registrato nella memoria del pc portatile, strumento di cui dispongono ormai tutti i magistrati. In tale contesto tecnologico il documento-sentenza oppone una resistenza quasi nulla al suo rimaneggiamento. Il giudice che abbia già predisposto una bozza di verbale-sentenza, contenente innanzitutto i meta-dati della decisione e quindi gli elementi di fatto e di diritto su cui pronunciarsi, non incontra a rimaneggiare il testo di partenza difficoltà maggiori di quelle che incontrerebbe a modificare l’opinione che, con lo studio della causa, si sarebbe inevitabilmente formato nella propria mente. Tradurre un tale pre-giudizio nel testo di un file facilmente rimaneggiabile non comporta ulteriori resistenze alla revisione delle posizioni di partenza, ma, viceversa, rendendo il giudice più consapevole dei problemi dibattuti, determina una sua maggiore attenzione alle argomentazioni delle parti, e soprattutto di quelle in danno delle quali il pre-giudizio si era andato formando. In tale contesto non vi sarebbe nulla di strano, anzi, e nulla di censurabile, se la discussione assumesse il tono dialogico con cui il giudice descritto dal Calamandrei conduceva l’udienza di cassazione interpellando i difensori affinché ciascuno centrasse la propria difesa sui punti più deboli della propria posizione (CALAMENDREI, op. cit., 65-66; così anche M. FABIANI, La partecipazione del giudice al processo societario. Relazione CSM 3 giugno 2003; in www.judicium.it/news- che valorizza «le sollecitazioni officiose del collegio per la trattazione di particolari questioni»). Una tale forma di pregiudizio imparziale sarebbe il miglior ausilio al diritto di difesa, non conculcato ma, al contrario, sorretto dal rapporto dialogico che può instaurarsi con la mente del giudice. In questo senso va certamente condiviso il principio espresso dalla giurisprudenza in un’ipotesi in cui il Pretore aveva emesso sentenza ex abrogato art. 315 c.p.c. sulla base di una bozza portata all’udienza di discussione. Tale modus operandi non è per la Cassazione causa di nullità, salvo non si deduca che nel corso della discussione orale siano stati prospettati, senza ricevere risposte, aspetti giuridici nuovi compatibili con la domanda introduttiva (Cass., 11629/2000). Quel che è in gioco, in altre parole, è il diritto di difesa delle parti, nel duplice aspetto dall’ascolto dovuto al difensore che espone i propri argomenti e della risposta dovuta dal giudice agli argomenti prospettati, aspetti che non sembra possano essere pregiudicati dalla maggiore consapevolezza acquisita dal giudice sui termini della controversia.
Va comunque tenuto presente che proprio la diffusione degli strumenti informatici renderà impossibile qualsiasi controllo su tali momenti. Se è infatti lecito al magistrato redigere la propria sentenza assemblando all’udienza parti di testo presenti nell’elaboratore (siano essere relative a precedenti giurisprudenziali anche propri o ad appunti su analoghe questioni) non si vede come da tale operazione, che in breve tempo consente la produzione di testi anche molto lunghi, possa distinguersi quella basata invece sul rimaneggiamento di un testo appositamente predisposto. Più utile lo studio delle possibili utilizzazioni dell’elaboratore nella prospettiva proprio di quelle basi di lavoro che si renderanno necessarie per l’applicazione del nuovo modello di sentenza a un maggior numero di controversie. Particolarmente interessante, nella prospettiva sia del verbale come documento informatico redatto all’interno del processo telematico, sia dell’utilizzazione dei supporti informatici già disponibili nella maggior parte degli uffici, è la possibilità di predisporre modelli di verbali ex art. art. 281 sexies  contenenti, oltre ai meta-dati attinti dal server centrale per la regolare formazione del verbale-sentenza, le ulteriori informazioni sulla controversia necessarie per redigere il provvedimento finale (v. supra II b; sul verbale in genere nel processo telematico v. G. Di Benedetto – S. Bellano Il processo informatico in I linguaggi cit. p. 232-238). Verrebbero in tal modo notevolmente ridotti i tempi occorrenti sia per la decisione che per la redazione del provvedimento senza che la sentenza possa considerarsi il risultato di una non consentita pre-decisione della causa.
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