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Titolo 168
Titolo 167
Titolo 166
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Titolo 164

Assemblea Nazionale - 2006
Decisione e motivazione
A cura del dott. Giorgio di Benedetto
I. Obbligo di motivazione e controllo. Deliberazione e giustificazione - II. Le tecniche di motivazione. Parti della sentenza e vizi ricorrenti - III. Le parti della motivazione - IV. I vizi ricorrenti - V. Le parti ineliminabili della sentenza - VI. La sentenza ex art. 281 sexies - VII. La sentenza a seguito di trattazione orale prevista nel nuovo rito societario - VIII. La redazione della sentenza ex art. 281 sexies nel rito ordinario e nel rito societario - IX. Conclusioni
03.06.2006
a) I rapporti di corrispondenza
Il rapporto di corrispondenza che lega la domanda al deciso e il deciso alla motivazione sta a significare che: 
(1) Solo se nella domanda si chiede qualcosa quel qualcosa può essere oggetto di risposta nel deciso (non ultra petita). 
(2) Se nella domanda si chiede qualcosa quel qualcosa deve essere oggetto di risposta nel deciso (non infra petita).
(3) Solo se nella decisione sono presenti alcuni elementi, i corrispondenti elementi possono essere presenti nella motivazione; 
(4) Se nella decisione sono presenti alcuni elementi, i corrispondenti elementi devono essere presenti nella motivazione. 
La violazione del punto (3) dà luogo alle motivazioni superflue, la violazione del punto (4) alle ipotesi di motivazione omessa, insufficiente o illogica. 

b) Motivazione superflua e ad abundantiam 
La motivazione superflua non è ovviamente causa di invalidità. Essa integra tuttavia una violazione del dovere di concisione contenuto nella norma dell’art. 132 n. 5 c.p.c. (Chiarisce VELA in La motivazione della sentenza civile in Giust. Civ. 1992, II, 45 che nell’art. 132 «l’attributo “concisa” è riferito alla “esposizione” e questo è termine che regge indistintamente tutta la serie dei genitivi che seguono, ossia quelli dello svolgimento del processo e dei motivi in fatto e in diritto». Nello stesso senso M BARBUTO La motivazione in fatto della sentenza civile - Quaderni del CSM 2001 n.115, p. 199). Tale norma, assieme ai poteri-doveri intesi al sollecito svolgimento del processo (art. 175 c.p.c.), va letta oggi nel contesto del principio di ragionevole durata del processo enunciato nel nuovo testo dell’art. 111 cost. Ed infatti, da un lato il giudice non può considerarsi munito di un potere di esternazione che non gli compete, dall’altro egli non può trascurare, nella valutazione della ragionevole durata del processo, la considerazione dei tempi richiesti sia per il compimento sia per il controllo dei propri atti. Il parallelismo con il vizio di ultrapetizione, volutamente evocato attraverso le regole dei punti 1), 2), 3) e 4), vuole evidenziare l’importanza del rispetto di entrambi i limiti. È infatti ovvio che la motivazione eccessiva, al contrario della decisione eccessiva, non è causa di invalidità; nondimeno anch’essa, al pari dell’altra, vìola le regole e i doveri di buona costruzione della sentenza. 
Non può considerarsi superflua invece l’argomentazione che si affianchi ad un’altra dando vita con questa ad una duplice ratio decidendi. La giurisprudenza ha chiarito che, in questi casi, poiché la ratio decidendi è duplice, l’impugnazione riferita ad una solo delle due è inammissibile per difetto d’interesse (Cass., 317/2002; sez. lav., 10555/1994).

c) Motivazione omessa, insufficiente o contraddittoria. 
Le ipotesi di motivazione omessa, insufficiente o illogica si verificano con riferimento ai punti decisivi. Si considera tale quello la cui diversa soluzione avrebbe portato ad una diversa decisione finale. Suo presupposto è quindi l’esistenza di un «…rapporto di causalità logica con la soluzione giuridica data alla controversia, tale,… che quella circostanza, ove fosse stata considerata, avrebbe portato ad una diversa soluzione » (Cass., 15466/2002; sez. lav., 3183/ 1999; 4310/1997). A tal fine non è richiesto che il rapporto logico riguardi un fatto principale (il fatto cioè costitutivo, estintivo o impeditivo) potendo interessare, purché sussista il rapporto di consequenzialità con la decisione, anche il fatto secondario dal quale il primo è desunto. 
La giurisprudenza ha inoltre chiarito che il difetto di motivazione denunciabile ex art. 360 n. 5 c.p.c. può concernere solo i fatti rilevanti non anche le norme. In quest’ultima ipotesi infatti, ove il giudice abbia correttamente deciso le questioni di diritto, sia pure sulla base di una motivazione inadeguata, il giudice di legittimità può emendare la sentenza ex art. 384, 2º comma, c.p.c. (Cass., 14630/2000; 2756/1990; 199/1976); nel caso invece in cui l’errore di diritto abbia dato luogo ad una decisione non corretta il vizio sarebbe censurabile ex art. 360 n. 3 c.p.c. (Cass., 1359/1982; 5727/1982). È stato però segnalato che, mentre l’art. 360 n. 3 c.p.c. riguarda errori di decisione, l’art. 360 n. 5 c.p.c. riguarda un vizio di motivazione (M. TARUFFO. La motivazione cit, 6). 
Rientra in un’ipotesi di omesso esame di un punto decisivo, ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c., e non di omessa pronuncia, la mancata valutazione di un’istanza istruttoria (Cass., 381/1995; 4271/1996). Lo stesso dicasi del caso di mancato esame di una questione puramente processuale (Cass., 603/2003). Nettamente distinto invece dall’omessa motivazione su un punto decisivo è l’errore in fatto su un punto decisivo (art. 395 n. 4 c.p.c.) Esso consiste in «un errore di percezione o in una mera svista materiale che abbia indotto il giudice a supporre l’esistenza o l’inesistenza di un fatto decisivo che risulti invece incontestabilmente escluso o accertato » (Cass., 4070/2000).
In teoria la motivazione insufficiente si distinguerebbe da quella illogica perché in quest’ultima il passaggio non mancherebbe ma si presenterebbe incongruo. È però evidente che ogni passaggio mancante, non diversamente dal passaggio solo incongruo, renda illogico il ragionamento complessivo, onde nel concreto è impossibile distinguere (e la giurisprudenza di fatto non distingue in maniera soddisfacente) la motivazione illogica dalla motivazione insufficiente.
Si è già detto che il ragionamento giuridico assai raramente può assumere il rigore formale di una sequenza di logica deduttiva. Ciò vuol dire che quando si parla di logicità della motivazione non si deve pensare ad una sequenza di logica formale che conduca necessariamente a talune conclusioni; né si richiede che il giudice pervenga a conclusioni totalmente persuasive. La giurisprudenza ha chiarito che «compito del giudice del merito è quello di motivare non di convincere». Il requisito di logicità «richiede che…l’iter logico seguito … sia esposto in maniera esauriente e con proposizioni internamente e reciprocamente coerenti; … sufficiente essendo …che il giudice elenchi gli argomenti a sostegno del proprio convincimento » (Cass., 3066/2002). Essenziale, in altre parole, è che la motivazione abbia il carattere della plausibilità.

d) La motivazione implicita
Particolarmente importanti sono i principi sulla motivazione implicita. La S.C. ha affermato che il giudice non è tenuto ad esaminare una per una tutte le argomentazioni svolte dalle parti; sufficiente è che «indichi le ragioni del proprio convincimento», in modo che le argomentazioni logicamente incompatibili ne risultino implicitamente rigettate (12231/2002; 12751/2001; Cass., 13342/1999; 10569/2001; 1390/1998). A tal fine è però necessario che l’argomento espresso, posto a base della decisione, sia davvero incompatibile con quello formalmente trascurato; tale cioè da poter esser fatto valere da solo anche contro quest’ultimo.
Su tali premesse la motivazione insufficiente o illogica si ha nei soli casi «di obiettiva deficienza di un criterio logico nella decisione, ovvero di mancanza di criteri idonei a sorreggere e ad individuare la ratio decidendi» (Cass., 4525/1998). In relazione alla prova ciò vuol dire che «il giudice …deve tener conto …di tutte le circostanze decisive » ma non che sia tenuto «ad analizzare e discutere distintamente i singoli elementi di prova acquisiti al processo», sufficiente essendo che dia conto di tutto «quanto è necessario per chiarire e sorreggere adeguatamente la ratio decidendi» (Cass., lav., 813/1998). Si tratta di un’affermazione all’apparenza limitativa del principio costituzionale di motivazione ma che in realtà, derivando dall’impossibilità di individuare in astratto le possibili letture che ciascun elemento probatorio può autorizzare, non fa che definire il concetto stesso di motivazione. 

e) Motivazione omessa o apparente come violazione dell’art. 111 Cost. 
I parametri precedentemente richiamati sono quelli previsti dal codice di procedura all’art. 360 n. 5 c.p.c.. Diverso è il criterio da utilizzare quando l’obbligo di motivazione è riferito al principio costituzionale contenuto nell’art. 111 Cost., e quindi in sede di ricorso ex art. 111 Cost. comma 2. Per la S.C. la violazione del principio costituzionale si realizza «esclusivamente nei casi di assoluta mancanza o di mera apparenza della motivazione, che integrano una nullità riconducibile all’art. 360, 1º comma, n. 4, c.p.c» (da ultimo Cass., 150 /2003 e così Cass., sez. un., 76/2002) Così si esprime la costante giurisprudenza della S.C., la quale, tuttavia, quando tenta di definire con esattezza il concetto di apparenza, non manca di evocare ipotesi assai vicine a quelle ricondotte nell’ambito dell’art. 360 n. 5 c.p.c.. Al di là, pertanto, del caso, verosimilmente assai raro, in cui la sentenza manchi materialmente delle parti motive, è assai difficile, nella pratica, tracciare un’esatta linea di confine fra le ipotesi di motivazione omessa, riconducibile nell’ambito dell’art. 111 Cost. e 360 n. 4 c.p.c., e le ipotesi riconducibili invece nell’art. 360 n. 5 c.p.c.. 

f) La sentenza per relationem
I richiami contenuti nella motivazione, e più in generale nella sentenza, a testi ad essa esterni possono dar luogo a due diversi ordini di problemi. Il primo interessa la funzione di controllo che la motivazione è chiamata ad assolvere; il secondo la funzione di ricerca che, come si è visto, essa svolge nella scoperta della decisione.
La funzione di controllo esige che il rinvio ad atti esterni sia operato in modo tale « da rendere possibile ed agevole il controllo della motivazione». Trattasi di «principio generale dell’ordinamento», espressamente dettato per gli atti amministrativi dagli artt. 3 l. 241/1990 e 7 l. 212 /2000, «ma valido, a maggior ragione, in forza dell’art. 111 cost., per l’attività del giudice» (Cass., lav., 13937/2002). Prevede infatti l’art. 3 l. 241/1990, in tema di procedimento amministrativo, che "se le ragioni della decisione risultano da altro atto dell’amministrazione richiamato dalla decisione stessa, insieme alla comunicazione di quest’ultima deve essere indicato e reso disponibile... anche l’atto cui essa si richiama". Prevede inoltre l’art 7 l. 212 /2000, n. 212 (disposizioni in materia di statuto del contribuente) che "se nella motivazione si fa riferimento ad altro atto, questo deve essere allegato all’atto che lo richiama”. La S.C. afferma quindi che «se il descritto rigore formale è prescritto per gli atti dell’amministrazione pubblica, l’art. 111 Cost., obbliga il giudice ad offrire garanzie anche maggiori, sicché non può considerarsi motivazione valida quella che si traduce, come nella specie, nel rinvio assolutamente generico ad atti neppure identificati nei loro estremi» (Cass., lav., 13937/2002). Ove il principio dell’agevole accesso all’atto richiamato sia assicurato l’atto stesso « diviene parte integrante dell’atto rinviante» e su di esso è possibile estendere il controllo di completezza e logicità. Nello stesso senso Cass., pen. sez. un., 31 ottobre 2001 (Policastro). secondo cui presupposto del rinvio è che «l’atto richiamato appartenga al medesimo procedimento e sia altresì, se non allegato o trascritto nel provvedimento da motivare, conosciuto dall’interessato ovvero a lui ostensibile quanto meno al momento in cui …si rende attuale l’esercizio della facoltà di valutazione, di critica ed eventualmente di gravame». In gioco, pertanto, è un più generale problema di disponibilità dell’atto, da intendere come accessibilità alle informazioni che vi sono racchiuse. 
Il profilo riguardante la scoperta della decisione si presenta, invece, nell’esigenza che il deciso sia il risultato dell’attività critica del giudice naturale. Il problema si pone quindi soprattutto nei casi in cui il rinvio sia compiuto ad altre sentenze o provvedimenti. 
Con riferimento alla sentenza di appello la S.C. ha affermato che il giudice d’appello può legittimamente far proprie le argomentazioni del giudice di primo grado a condizione che non si limiti a richiamarle genericamente ma esprima le ragioni della sua adesione collegandole ai motivi di impugnazione (Cass., 196/2003; 7713/2002; 3066/2002; lav., 18296/2002; 4185/1998; lav. 12379/1997; lav., 7768/1996; 7170/1987; 1382/1987; 3085/1986) Importante, come si vede, è il riferimento alle censure mosse dalle parti. È in queste ultime che va cercato il parametro dell’attività critica che il giudice è tenuto a compiere. Pertanto se «contro la sentenza di primo grado siano stati proposti specifici motivi d’impugnazione, il giudice di appello non può rigettare il gravame sulla base di un generico rinvio alla motivazione della sentenza impugnata, …senza esporre, …le ragioni per le quali esso (e non il giudice a quo) ritiene infondato l’assunto dell’appellante medesimo» (Cass., 3274/1985); viceversa se l’appello si basa su generiche doglianze egli non è tenuto ad assumere una posizione più analitica (Cass., 2767/1986). 
Problemi analoghi pone il richiamo ai precedenti giurisprudenziali. In generale si è affermato che «il vizio di mancanza o insufficienza della motivazione non è configurabile sol perché il giudice, …tenuto alla concisa esposizione dei motivi in fatto e in diritto della decisione, abbia, in punto di diritto, riportato l’orientamento …della giurisprudenza (di legittimità), aggiungendo di condividerlo e di volervisi uniformare, atteso che anche …in tal modo risultano esposte, sia pure concisamente, le ragioni giuridiche della decisione.» (Cass., lav., 3905/1999; lav., 6919/1992; 3275/1983). Non così nel caso in cui il giudice di merito abbia fatto rinvio ad una propria precedente pronuncia.
Decisione e motivazione
 
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Decisione e motivazione
Il problema dell’esibizione di documenti nel codice di rito italiano
Protocollo per le udienze civili del Tribunale di Firenze “ Testo modificato ed aggiornato alla luce delle leggi n. 80 e n. 263 del 2005 e delle esperienze degli altri Osservatori.
Conclusioni
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