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Titolo 168
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Titolo 164

Documenti
Il problema dell’esibizione di documenti nel codice di rito italiano
di Beatrice Ficcarelli e Mauro Pinarelli
Paragrafo n. 1 - Paragrafo n. 1.1 - Paragrafo n. 2 - Paragrafo n. 2.1 - Paragrafo n. 2.2 - Paragrafo n. 2.3 - Paragrafo n. 2.4 - Paragrafo n. 2.5 - Paragrafo n. 2.6 - Paragrafo n. 3 - Paragrafo n. 3.1 - Paragrafo n. 3.1.1 - Paragrafo n. 3.2 - Paragrafo n. 3.3 - Paragrafo n. 4 - Paragrafo n. 5 - Paragrafo n. 5.1 - Paragrafo n. 6 - Paragrafo n. 6.1
01.01.2003
(segue): Il terzo esibitore e il terzo testimone: l’applicazione dell’art.255 c.p.c.
Il dovere del terzo di produrre in giudizio un documento che serva ad accertare la verità, può essere costruito sullo stesso profilo teorico che giustifica il dovere della testimonianza: come dovere cioè incombente a ogni cittadino, di cooperare, coi mezzi di cui dispone, al miglior funzionamento della giustizia.Calamandrei è tra i primi ad essere convinto di questa affermazione e ritiene, anzi, che fare questo parallelo sia cosa del tutto agevole . Questa ricostruzione permetterebbe di applicare al terzo “esibitore” le stesse conseguenze -adattate al nostro istituto- previste dall’articolo 255 c.p.c per la mancata comparizione dei testimoni vale a dire la possibilità di irrogare un nuovo ordine, ossia l’accompagnamento (nel nostro caso l’esecuzione) coattivo .
I motivi di similitudine tra questi “terzi” sono in effetti molteplici e lo stesso Guardasigilli, nella Relazione al codice (n°29), non manca di sottolineare come il potere di ordinare l’esibizione risponda alle stesse considerazioni sul quale è basato quello di rendere testimonianza. In entrambi i casi, si tratta, di soggetti estranei al processo in corso che si trovano però, per ordine del giudice, in posizione di soggezione rispetto a questo, partecipando al raggiungimento della verità processuale senza intervenire tecnicamente (salva la possibilità concessa dall’art.211 c.p.c) e senza che si instauri un rapporto diretto tra colui che richiede la prova e il terzo. Inoltre, abbastanza evidente è anche il rigore dei limiti previsti in entrambi i mezzi di prova ai fini dell’ammissione della prova medesima, come la deduzione mediante indicazione specifica delle persone da interrogare e dei fatti formulati in capitoli separati di cui all’articolo 244 c.p.c per la testimonianza, e ai requisiti richiesti dall’articolo 94 disp. att. per l’istanza di esibizione, nonché ai segreti previsti come motivi legittimi di rifiuto a deporre .
Sotto il profilo delle sanzioni, tuttavia, le critiche suscitate da tale equiparazione sono senz’altro meritevoli di attenzione. Non si può negare, infatti, che un aspetto estremamente contraddittorio sia costituito dall’aver prima negato decisamente per l’ordinanza di esibizione l’esecuzione forzata in forma specifica nei modi ordinari del libro III del c.p.c., e dal riproporre ora un mezzo coercitivo da esercitarsi d’ufficio dal giudice,mezzo che è in grado, se fruttuoso, di portare addirittura in giudizio la cosa o il documento contro la volontà del terzo. In effetti l’ufficiosità dell’acquisizione probatoria nell’esibizione è sempre stata negata o sul presupposto che, così facendo, si violerebbe il dato positivo dell’istanza di parte nell’emanazione dell’ordine, o sull’altro che attribuendo al giudice un potere di ricerca delle cose, gli si conferirebbero funzioni proprie del processo penale ed ignote a quello civile .
Data l’attuale concreta assenza di ogni conseguenza negativa per il terzo che rifiuti di adempiere all’ordine di esibizione, estendere a questi conseguenze analoghe a quelle previste per il testimone può apparire una soluzione interessante. A questa ha pensato anche il progetto Liebman del 1977che, difatti, all’art.196stabilisce che se il terzo cui è stata ordinata l’esibizione rifiuta di eseguirla senza giustificato e comprovato motivo, il giudice può disporre la ricerca e l’acquisizione coattiva del documento o della cosa a mezzo della polizia giudiziaria.
Non sembra facile, tuttavia, pensare che il rimedio dell’esecuzione coattiva ad opera del giudice possa produrre il sicuro effetto di portare il documento in giudizio. In molti casi, infatti, la stessa reperibilità pratica del documento da parte dell’Autorità può comportare notevoli problemi. Ciò può accadere, tra l’altro, più facilmente quando i terzi siano semplici privati piuttosto che enti istituzionali (come per esempio le banche). Con riferimento a questi ultimi, infatti, l’accesso coattivo ai documenti è facilitato dall’esistenza di banche dati o altri strumenti che rendono quantomeno più difficoltoso l’occultamento dei documenti richiesti. I privati, invece, hanno senza dubbio più facilità nel sottrarsi all’esecuzione disposta dal giudice.
De iure condendo, pertanto, si ritiene che il ricorso al diritto comparato possa consentire di individuare altri strumenti dotati di una maggiore realizzabilità pratica, come le sono per esempio, anche per i terzi, le astreintes francesi. Questo rimedio, di cui l’esperienza di qualche decennio ha confermato l’effettività, potrebbe essere facilmente importato anche nel nostro sistema senza impraticabili stravolgimenti. Anche le esperienze del diritto americano, inoltre, non mancano di una loro attrattiva e meritano pertanto la dovuta considerazione (rinvio).
 
Spunti e proposte in tema di fase iniziale rito ordinario civile di cognizione: elementi prassi
Decisione e motivazione
Il problema dell’esibizione di documenti nel codice di rito italiano
Protocollo per le udienze civili del Tribunale di Firenze “ Testo modificato ed aggiornato alla luce delle leggi n. 80 e n. 263 del 2005 e delle esperienze degli altri Osservatori.
Conclusioni
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